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D. Lgs 231/01: i diritti inalienabili dei lavoratori

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Un aspetto su cui ogni azienda dovrebbe certamente riporre particolare attenzione sono i dipendenti: coloro che, impegnandosi ogni giorno, permettono di raggiungere il risultato tanto ambito.
Sebbene rispetto anche solo a 50 anni fa moltissimo sia cambiato, purtroppo capita frequentemente, ancora oggi, che questo aspetto venga sottovalutato. Ecco perché nel corso degli anni si è cercato in ogni modo di porvi rimedio, elaborando norme che tutelassero i diritti dei lavoratori, nella speranza di ottenere con piccoli passi grandi miglioramenti.
Qualche esempio? Iniziamo analizzando la legge 199 del 29 ottobre 2016, in cui viene demandato alle imprese il compito di prevenire i reati riguardanti specialmente lo sfruttamento e la bassa manodopera dei lavoratori, attraverso la realizzazione di misure precauzionali.

Legge 199 del 29 ottobre 2016 e il D.Lgs 231/01

Il miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei lavoratori è stato possibile grazie alla revisione delle sanzioni nei confronti di chi «utilizza, assume o impiega manodopera» sottoponendo i dipendenti a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno, spesso nel settore agricolo. Questo è solo uno degli obiettivi proposti dalla legge 199 del 29 Ottobre 2016, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.257, recante “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”. 

Grazie all’emanazione della direttiva, sono stati attivati strumenti che rafforzano le misure precauzionali in ambito civile e penale. La commissione di reato, infatti, prevede la confisca dei patrimoni mediante l’intensificazione dei controlli, disposizioni preventive per l’azienda in cui viene commesso il reato e l’arresto obbligatorio nei casi di flagranza del reato.

La normativa 199 del 29 ottobre risulta quindi di rilevante importanza per l’articolo 25 quinquies del Decreto Legislativo 231/2001 riguardante i delitti contro la personalità individuale, specialmente per i reati connessi alla riduzione ed al mantenimento in schiavitù. Una società che ha commesso, per proprio interesse o vantaggio, il delitto di caporalato è soggetta all’irrogazione delle più gravi sanzioni determinate dal Decreto 231.

Articolo 25 quinquies del d. Lgs 231/01

L’art. 25 quinquies del decreto 231/01 considera l’illecito amministrativo dell’Ente nell’ipotesi di commissione di molteplici reati connessi alla mancata tutela degli individui, tra cui:

  • Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù: coinvolge tutti coloro che mantengono altre persone in uno stato di soggezione continuativa, costringendole ad esempio a prestazioni lavorative o sessuali, comportandone lo sfruttamento. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione avviene mediante violenza, minaccia, inganno e abuso di autorità. Ad essi posso essere unite promesse, retribuzione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona indifesa.
  • Prostituzione minorile e pornografia minorile
  • Acquisto e alienazione di schiavi

Questi sono solo alcuni dei reati esplicitati nell’articolo 25 del D. Lgs 231/01. Bisogna considerare che, secondo la normativa, possono essere ritenuti responsabili dell’illecito non solo i soggetti che hanno compiuto crimini in prima persona, ma anche coloro che consapevolmente hanno agevolato la stessa condotta.

Il caporalato e i casi del Foggiano

Dopo aver analizzato l’importanza della legge 199 dell’ottobre 2016 e il D. Lgs 231/01, è un caso di cronaca recente a dimostrarci che, purtroppo, anche se sembrano lontanissimi da noi, casi di sfruttamento avvengono ancora nel nostro Paese e spesso con conseguenze gravissime.

Attualmente infatti, il termine caporalato, in Italia, compare frequentemente ed è strettamente interconnesso ad organizzazioni malavitose. La lotta a favore dei diritti dei lavoratori non è finita.

Nella prima settimana di agosto 2018 hanno perso la vita nel Foggiano, in seguito a diversi incidenti stradali, 16 braccianti agricoli, tutti migranti. La regione Puglia in estate è ricca di lavoratori, per lo più stranieri, che arrivano nelle campagne per consentire la raccolta dei pomodori.

I lavoratori, a quanto pare tutti di ritorno dai campi, spesso non avevano documenti di riconoscimento nelle tasche. La Polizia ha cercato di stabilire in quale zona fossero andati a lavorare e dove fossero diretti ma soprattutto se le vittime disponessero di effettivi contratti di lavoro, ma tutti gli elementi a disposizione sembrano dimostrare il contrario.

Condizioni di lavoro inaccettabili

Tornano subito alla mente casi come quello di Paola Clemente, la bracciante agricola che lavorava per 27 euro al giorno, deceduta il 13 luglio 2015 nelle campagne di Andria e grazie a cui inizia quell’iter burocratico che porterà poi, l’anno dopo, proprio alla legge 199. 

Quali sono le condizioni per questi lavoratori?

  • Viaggi su mezzi di trasporto non sicuri su strade pericolose pagando per di più un “biglietto” di 5 euro
  • Una paga media che oscilla tra i 20 e i 30 euro al giorno (circa il 50% di quanto previsto dai contratti)
  • Ritmi di lavoro insostenibili perché le attività devono logicamente essere svolte nel minor tempo possibile

Inoltre, ovviamente, sebbene il contratto nazionale preveda vitto e alloggio, in questi casi i braccianti vivono in veri e propri ghetti o casolari di campagna.

C’è ancora molto da fare quindi prima che la legge anticaporalato abbia degli effetti tangibili e, in questo caso, laddove dietro a situazioni di sfruttamento siano presenti società o persone giuridiche, è inevitabile chiamare in causa anche il D. Lgs 231/01, articolo 25 quinquies, per mancato rispetto dei diritti dei lavoratori.

Non dimentichiamo che ogni giorno sono parecchie le vie attraversate da camioncini come quello coinvolto nell’incidente, dirette verso le aziende agricole e al cui interno sono letteralmente ammassati i lavoratori (il doppio della capienza massima) senza alcuna garanzia di sicurezza.

Tutelare i propri dipendenti, al fine di non violare i loro diritti, è un aspetto su cui ogni azienda dovrebbe soffermarsi.
Ogni lavoratore, prima di essere definito tale, è una persona. Il diritto alla vita è certamente ed indistintamente inalienabile.

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